Sandokan

 

 

Sandokan con la sua famiglia (fotografia di Denis Bosnic)

 

Sandokan è un padre di famiglia costantemente occupato. Il suo telefono squilla in continuazione per le mille cose da fare.

Vive con la moglie Valentina e i loro 4 figli al campo de La Barbuta, a Roma. I suoi nonni, di origine jugoslava, sono stati tra i primi rom ad arrivare in Italia, negli anni Sessanta, ci dice non senza una punta di orgoglio. 

Sandokan invece è nato qui, in Italia, nel 1976, ma ha seguito la cittadinanza jugoslava dei suoi genitori. È cresciuto a Pistoia, dove ha frequentato la scuola fino alla terza media. Non era un grande studioso, ammette. Ma la sua vita andava avanti come quella di tanti adolescenti senza alcuna preoccupazione: il calcio, la scuola e poi il lavoro. 

Quando ha compiuto 18 anni era certo che alla sua vita si sarebbe aggiunto un altro tassello importante: la cittadinanza italiana. Ma quando ha fatto richiesta per ottenerla ha scoperto che avrebbe avuto bisogno di un documento rilasciato dal suo Paese di origine. Ma la Jugoslavia si stava dissolvendo.  
“Mi serviva solo uno foglio dall'ex Jugoslavia per diventare cittadino italiano, ma era il 1994 e c’era la guerra”.

 

Sandokan, apolide, ci racconta la sua storia (video: Denis Bosnic)

 

Il tempismo è beffardo. Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia e i nuovi Stati in via di definizione, gli archivi non erano in grado di produrre il documento che gli serviva. Per la Bosnia in via di costruzione, Sandokan non esisteva. Per l’Italia, senza documenti, neanche. 

“Mi sono sentito invisibile. Nato in Italia, sono andato a scuola, i miei amici erano italiani… pensavo di diventarlo anch’io appena maggiorenne. Non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi così. Per me è stato un punto di non ritorno.”

Da quel momento, non ha fatto altro che incontrare ostacoli su ostacoli e scontrarsi con i muri di gomma della burocrazia italiana. Senza cittadinanza e senza documenti ha dovuto lottare ogni momento della sua vita per i propri diritti. Per trovare lavoro, per iscrivere i figli a scuola, per avere accesso alle cure sanitarie.

“Da quando ho 18 anni ho incontrato solo ostacoli. E da solo, molti non sono stato in grado di superarli. Ogni volta che ho cercato di vedermi riconosciuto un diritto ho trovato un problema burocratico ad impedirmelo”.

Quando parla delle difficoltà contro cui deve lottare ogni giorno, Sandokan pensa solo ai suoi figli. Federico, 4 anni e mezzo, Patrick, 10, Eleonora, 12 anni, e Cristina, la primogenita, che ha compiuto 18 anni proprio quest’estate. Sono andati subito tutti insieme presso gli uffici dell’anagrafe del Comune di Roma per la richiesta della cittadinanza. Con lei c’erano papà Sandokan e mamma Valentina, per condividere quel momento per loro storico. Il primo membro della famiglia a diventare finalmente cittadino italiano. Ma Sandokan si è trovato davanti all’ennesimo muro, quando gli ufficiali del Comune gli hanno detto: “Tua figlia non può avere la cittadinanza perché è disabile”. Cristina non può dare un consenso consapevole per ottenere la cittadinanza, non può effettuare il giuramento, non può neanche preparare la documentazione richiesta dalla legge. 

“A me la cittadinanza l’avete levata, riconoscetela almeno a lei, perché le serve. Ha bisogno di assistenza. Cosa farà quando noi non ci saremo più?”

 
 

Cristina è nata a Roma nel 1997. Nonostante avessero riscontrato sofferenza fetale, il personale medico dell’ospedale non ha effettuato il cesareo d’urgenza sulla mamma Valentina, allora minorenne e non accompagnata da un tutore che potesse firmare il consenso all’intervento. Cristina è nata con disabilità fisiche e mentali. Ha bisogno di assistenza continua e sistematica, ma per i primi 15 anni della sua vita non ha potuto ottenere delle cure adeguate. Era senza alcun documento, come Sandokan. Senza permesso di soggiorno aveva diritto solamente alla tessera STP, quella per stranieri temporaneamente presenti, che garantisce solamente il diritto a cure urgenti ed essenziali. Quando Cristina aveva la febbre dovevano rivolgersi agli ospedali perché non aveva neanche un medico di base.

“Lo Stato non mi ha garantito, non mi ha aiutato con mia figlia. Senza la cittadinanza io non sono esistito e non sono esistiti i miei figli. Per 16 anni non ho potuto curare Cristina perché senza permesso di soggiorno non potevo neanche avere un medico”.

Nel 2012 Sandokan riesce finalmente ad ottenere un permesso di soggiorno umanitario con titolo di viaggio. E Cristina riesce finalmente a fare il suo primo ciclo di riabilitazione. 

“Quel permesso di soggiorno è stato fondamentale, mi ha dato un minimo riconoscimento. Quello che serviva a Cristina per essere curata. Ma non è ancora sufficiente: questo permesso scade e può non essere rinnovato. Senza cittadinanza né il riconoscimento dell’apolidia sono sempre in un limbo”.
Per Sandokan non è stato finora possibile ottenere il riconoscimento del suo stato di apolidia per via amministrativa. Troppi i documenti richiesti, troppo pochi quelli che lui aveva. Il CIR lo sta ora supportando nella speranza di fargli finalmente ottenere il riconoscimento della sua condizione e con esso tutti i diritti collegati. Ma lui ancora non crede che ci sarà una soluzione positiva.

“Sono vent’anni che provo a risolvere un problema che non potevo neanche immaginare di avere. Ora non mi illudo più.  Fino a quando non vedrò un documento con scritto Sandokan Apolide so che la mia vita sarà sempre in salita”.

Due anni fa il Comune di Roma ha obbligato la famiglia a lasciare il container dove vivevano e che avevano attrezzato per Cristina, imponendogliene un altro. Il bagno è piccolo, troppo piccolo per permettere a una persona disabile di muoversi comodamente. Ma a Sandokan è stato vietato di apportare modifiche. Ha dovuto fare una richiesta ufficiale al Comune, che l’ha inoltrata al Prefetto e chissà quali altri passaggi occorreranno. 

Mentre ci racconta la sua storia, riceve una telefonata dall’ASL, a cui ha richiesto una nuova carrozzina per sua figlia. C’è stato qualche problema e gli propongono un girello, che però non permetterebbe a Cristina di muoversi da sola. 

Sandokan si scusa, ma deve andare. Ha un altro ostacolo da affrontare.
“Voglio combattere fino all’ultimo per i diritti dei miei figli, ma adesso ho paura. Non mi fido che i miei figli possano ottenere la cittadinanza e io lo status di apolide. Temo ci saranno sempre nuovi ostacoli”.