Nyima


Nyima è un artista. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero, perfino a New York. 

“Non potete immaginare cosa significhi non saper rispondere quando qualcuno ti chiede ‘Qual è il tuo paese? Di che nazionalità sei?’”

Nyima è nato in Tibet da genitori di origini tibetane, nel 1970. Non è stato riconosciuto come cittadino né dalla Cina, né dall’India. Il Tibet ufficialmente non esiste. 

A 14 anni ha iniziato a studiare per diventare monaco nel Monastero Namgyal, e nel 1997 è stato invitato dal Comune di Roma a creare mandala di sabbia in occasione di un festival dedicato alla cultura tibetana. Nyima ha potuto viaggiare e arrivare in Italia grazie a un documento di viaggio rilasciato dal Governo Indiano, sul quale però non era riportata alcuna cittadinanza ufficiale.

Durante il periodo trascorso in Italia, un incontro ha cambiato la sua vita. Si è innamorato e ha deciso di lasciare i voti. Avrebbe voluto sposarsi, ma non poteva. Senza cittadinanza era come se non esistesse. Quando ha cercato di ottenere i documenti che gli occorrevano per il matrimonio, Nyima ha presto capito che sarebbe stato impossibile produrli. Le autorità indiane glieli negavano perché non lo riconoscevano come cittadino. Il suo paese, il Tibet, ufficialmente non esiste e non c’erano rappresentanze a cui potersi rivolgere. Non poteva ottenere un riconoscimento dal Paese in cui è nato, né da qualsiasi altro Stato.

Nyima, artista Tibetano, il primo apolide in Italia (video: Denis Bosnic)

Nyima si è trovato in un limbo di identità e diritti.

“In assenza di qualsiasi senso di appartenenza, mi sono sentito perso e abbandonato. Senza alcun collegamento con uno Stato, era come essere un nomade”.

Alla fine degli anni Novanta in Italia si sapeva poco dell’apolidia. Non era chiaro quale fosse il percorso da dover intraprendere per vedersi riconosciuto lo status e, soprattutto, i diritti. 

Il CIR ha seguito il suo caso e, dopo una difficoltosa procedura amministrativa durata 2 anni, Nyima è stata la prima persona in Italia ad avere un documento ufficiale come apolide.

“Lo status di apolide per me è stata una prima soluzione. Con un documento ti senti più protetto. L’apolidia è una condizione dolorosa, ma se qualcuno ti vede e ti riconosce, può diventare una porta che si apre sui tuoi diritti.” 

Nyima (foto: Denis Bosnic)

Il riconoscimento dell’apolidia ha concesso a Nyima una prima possibilità di accedere ai diritti fondamentali, ma anche con un documento nelle mani la vita non ha smesso di presentargli ostacoli da superare. 

“Quando mostravo i miei documenti con scritto ‘apolide’, c’era sempre qualcuno che mi chiedeva se fossi un irregolare. Era difficile anche solo aprire un conto in banca o all’ufficio postale. A volte passavo ore negli aeroporti prima che fosse chiaro che il mio documento di viaggio era valido”.

Essere ufficialmente apolidi non significa necessariamente sentirsi al sicuro o rispettato come essere umano. Nyima è costantemente costretto a raccontare la sua storia e a spiegare la sua condizione. A spiegare la sua identità.

“Dovete parlare dell’apolidia, la gente non sa cosa sia. Parlarne può aiutare gli apolidi a non sentirsi sempre estranei e a vedersi  finalmente riconosciuti i loro diritti”.

Nel 2008, Nyima ha ottenuto la cittadinanza italiana, che gli ha permesso di sentirsi finalmente pienamente tutelato in Italia e anche nei suoi viaggi all’Estero. Il suo è uno dei pochi casi di persone apolidi in Italia ad aver ottenuto una cittadinanza.

E anche se è grato di essere un cittadino italiano, Nyima non ha mai dimenticato il suo Tibet.