Ramadan e Elena


 

Ramadan e Elena nella loro casa. (fotografia: Denis Bosnic)

 

Ramadan è nato a Skopje, in Macedonia, nel 1978. Forse. La sua nascita non è mai stata registrata. Sua madre l’ha partorito in casa ma i genitori l’hanno abbandonato subito, lasciandolo ai nonni paterni. Neanche loro sono mai andati all’anagrafe. Per le autorità, Ramadan non esiste. 

Ramadan è apolide. 

Quando i suoi nonni sono morti, Ramadan aveva meno di 10 anni. I suoi genitori, invece, non li ha mai rivisti. Da quel momento, non ha più avuto nessuno che si occupasse di lui, se non i vicini di casa che ogni tanto gli davano un po’ di cibo e qualche vestito. Ramadan è cresciuto solo e invisibile, in una condizione di alienazione sociale aggravata anche da un problema di udito che lo affligge da quando è piccolo. 

 

Elena, la moglie di Ramadan, racconta la loro storia (video: Denis Bosnic)

 

All’età di 17 anni ha deciso di venire in Italia con alcuni amici in cerca di lavoro e di una prospettiva di vita. In realtà si è scontrato subito con le privazioni e l’impossibilità di un’esistenza senza documenti. Fino a quando non ha incontrato Elena, la donna che gli ha salvato la vita.

E’ lei ad aver ricostruito il passato difficile di Ramadan. Elena è la donna che da oltre 15 anni sta al suo fianco e lo aiuta ad affrontare tutti gli ostacoli con cui un apolide deve misurarsi. Senza alcuna cittadinanza, è difficile avere accesso anche ai diritti fondamentali: istruzione, matrimonio, lavoro, accesso alle cure mediche. Ramadan è invisibile. Per questo, è Elena a raccontarci la storia della loro vita. 

“Quando sta male, sono io a portarlo in ospedale e garantire per lui, a sentire io per lui, a parlare io per lui. Io sono tutto per lui. E per la famiglia”.

Ramadan ed Elena vivono in una roulotte nella periferia di Roma insieme ai loro 4 figli. Kevin, l’ultimo arrivato, di appena 5 mesi, Valentino, 7 anni, Sergio, 11 anni e Christian, 15 anni. Hanno scelto di vivere fuori dal campo per assicurare loro una quotidianità e un’istruzione migliori. Tutti e quattro i bambini sono di nazionalità rumena perché Elena ha registrato la loro nascita presso le autorità rumene trasmettendogli quindi la sua cittadinanza. 

 
 

Ramadan, invece, senza documenti, i suoi bambini non ha potuto neanche riconoscerli. 

“Non ci siamo potuti sposare e i nostri figli li ho riconosciuti io da sola, come fossi una ragazza madre. Ramadan non ha diritto neanche ad essere un genitore”.

Tutte le volte che Ramadan si è presentato all’ambasciata macedone per chiedere un documento, gli è stato risposto che non potevano assumersi la responsabilità di dichiarare qualcosa di cui non possono essere sicuri. Non c’è traccia della sua esistenza da nessuna parte. Ramadan vive quindi in una condizione di estremo pericolo. E’ costantemente esposto ed è difficile per lui difendersi. 

“Anche solo mentre cammina per la strada, ha paura che la polizia lo fermi. Molte volte è scomparso. Lo hanno trattenuto per un paio di giorni senza dargli neanche cibo e acqua e poi lo hanno fatto tornare a casa. Ha paura dentro di lui”.

Gli apolidi non riconosciuti vivono in un limbo senza documenti e senza diritti. 

“Se mio marito ottenesse lo status di apolide, avrebbe finalmente dei documenti. Potrebbe prendersi cura della nostra famiglia e fare tante cose belle per noi”.