L'Apolidia in Italia

 

Elena e Ramadan - Apolidia in Italia (photo: Denis Bosnic)

 
 

L'apolidia

Secondo quanto sancito dalla Convenzione di New York del 28 Settembre 1954 relativa allo status degli apolidi, con il termine apolide si indica: “(…) una persona che nessuno Stato considera come suo cittadino per applicazione della sua legislazione”.

Secondo quanto sancito dalla Convenzione di New York del 28 Settembre 1954 relativa allo status degli apolidi, con il termine apolide si indica: “(…) una persona che nessuno Stato considera come suo cittadino per applicazione della sua legislazione” .

L’apolidia può assumere 2 forme differenti: quella in cui una persona vive senza però avere un riconoscimento formale della propria condizione da parte di alcun Stato, oppure quella in cui una persona senza cittadinanza ottiene un riconoscimento dello status di apolidia da parte del paese di accoglienza, che gli garantisce così l’accesso a documenti e diritti. 

Nel primo caso le persone non possono godere né degli stessi diritti delle persone titolari di cittadinanza, né della protezione da parte dello Stato dato che, pur essendo apolidi nei fatti, non lo sono secondo la legge. 

Queste condizioni sono assolutamente dissimili, perché mentre alla seconda sono associati diritti e possibilità, l’altra condanna le persone a vivere in un limbo, nella totale assenza di opportunità.

I dati

Secondo l’UNHCR nel mondo sono almeno 10 milioni le persone senza nazionalità, di cui si stima siano tra i 3 e i 5 milioni i bambini. In Europa sono presenti 600mila apolidi, in Italia si stima siano 15mila, per la maggior parte provenienti dall’ex Jugoslavia, ma anche da Palestina, Tibet, Eritrea, Etiopia, e dai paesi ex Urss.

L’UNHCR stima che ogni dieci minuti nasca un bambino apolide.

L'attuale contesto in Italia

L’Italia ha ratificato la Convenzione del 1954 (L. 306/62) sullo status delle persone apolidi e ha aderito il 10 settembre 2015 alla Convenzione sulla Riduzione dell’Apolidia del 1961. 

La prima fornisce una definizione della persona apolide, la seconda impegna gli Stati firmatari a mettere in atto strumenti per ridurre il fenomeno dell’apolidia. 

Problemi delle attuali procedure di riconoscimento

Attualmente in Italia esistono due procedure per il riconoscimento dello status di apolidia una in via giudiziaria una in via amministrativa. Entrambi i procedimenti presentano però difficoltà di accesso o di concreta fruibilità. L’attuale normativa non chiarisce, inoltre, elementi fondamentali: gli standard della prova, le garanzie procedurali, la durata del procedimento e il meccanismi di ricorso. Altrettanto non regolamentati sono i diritti della persona richiedente lo status di apolidia e della persona riconosciuta apolide.

Per questo motivo il 25 novembre 2015 la Commissione Diritti Umani del Senato in collaborazione con il  Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha presentato il Disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide.

L’adozione di una legge organica garantirebbe una procedura semplice e accessibile per il riconoscimento dello status di apolidia, facilitando quindi l’identificazione delle persone apolidi presenti in Italia e assicurando loro il godimento dei diritti fondamentali e una vita dignitosa.

  1. Riconoscimento apolidia per via amministrativa
    • La procedura amministrativa è indicata nell’art. 17 del D.P.R. 572/93 -  Regolamento di esecuzione della legge sulla cittadinanza – che presenta numerose lacune e criticità.
    • I requisiti di accesso per la certificazione dello status sono tassativi e particolarmente difficili da produrre vista la peculiare condizione in cui si trova il richiedente lo status di apolidia. Tra gli altri viene richiesto per certificare la condizione di apolidia una “documentazione relativa alla residenza in Italia”.
    • Nonostante la norma faccia riferimento al requisito della residenza e non della residenza legale, per istruire la pratica il Ministero dell’Interno richiede l’esibizione del permesso di soggiorno e del certificato di residenza anagrafica. Coloro i quali sono privi di permesso e certificato di residenza anagrafica non hanno modo di accedere alla procedura amministrativa.
    • Questo requisito taglia di fatto fuori dal riconoscimento dello status moltissimi apolidi. 
  2. Riconoscimento apolidia per via giudiziale:
    • Questa seconda opzione è più frequentemente utilizzata poiché più accessibile rispetto ai requisiti richiesti. Il problema è la lunghezza del procedimento e i costi ad esso collegati, nonché la difficoltà oggettiva che persone spesso in condizioni di destituzione hanno di affrontare un complesso iter giudiziario.
    • I limiti di tale procedura possono determinare un’ingiustificata disparità di trattamento nei confronti di rom e sinti che potrebbero essere del tutto privi di adeguate risorse economiche per far fronte alle spese di un processo giudiziario.

Problemi riguardo cittadinanza per minori nati da genitori apolidi

In materia di attribuzione della cittadinanza, l’ordinamento giuridico italiano prevede un meccanismo che soprassiede al principio fondamentale dello ius sanguinis. A riguardo, la legge sulla cittadinanza italiana (legge 5 Febbraio del 1992 n.91), prevede all’art.1, comma 1 lettera b) l’applicazione del principio dello ius soli per coloro che sono nati in Italia da genitori apolidi: “È cittadino per nascita: […] chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono”.

Questo principio, tuttavia, non è di fatto applicato se non in caso di genitori che siano stati formalmente riconosciuti come apolidi, ovvero nel caso in cui un genitore possa trasmettere la cittadinanza.

Alcune problematiche del contesto italiano

  1. Il caso dei Rom
    • Le persone di origine rom giunte in Italia prima o dopo la dissoluzione della ex Jugoslavia sono spesso prive di passaporto e impossibilitate a richiederne uno “nuovo”. Incontrano difficoltà e ostacoli a ricostruire il proprio status civitatis e a regolarizzare la propria posizione e rischiano, o spesso diventano, apolidi.
    • La perdita della cittadinanza è infatti avvenuta a seguito del dissolvimento della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia negli anni ’90 spesso a causa della cancellazione dei loro dati dai registri anagrafici. In una ricerca realizzata dal CIR sulle leggi di cittadinanza abbiamo raccolto molte testimonianze di famiglie rom che denunciavano l’assenza di una regolare registrazione sin da quando si trovavano nel territorio della ex Jugoslavia. La conseguenza è che oggi molti discendono da genitori o famiglie il cui status era incerto sin dall’origine.
    • Emerge una complessità oggettiva nell’acquisizione della cittadinanza del paese di origine sia (talvolta) a causa dei requisiti richiesti dalla normativa di questi paesi, sia per le denunciate difficoltà nella prassi ad interagire con le proprie rappresentanze diplomatiche in Italia e ad ottenere i documenti necessari. Spesso si registra la richiesta da parte dei consolati di recarsi nel paese di origine per l’iscrizione anagrafica, senza che però sia possibile disporre di un documento di viaggio per espatriare e, d’altra parte, sarebbe impossibile per molti rientrare in Italia data l’assenza di un permesso di soggiorno. E’ inoltre possibile che i consolati si rifiutino di accettare l’identità dei minori rom dotati soltanto di certificato di nascita italiano senza iscrizione anagrafica nel paese di origine dei genitori o dei nonni e quindi senza avere propri documenti di identificazione.
  2. Il problema dei minori apolidi in Italia
    • A pagare le conseguenze dei vari fattori descritti sono soprattutto le seconde e terze generazioni: i figli degli apolidi non riconosciuti che nascono e crescono in Italia non hanno accesso ad uno status riconosciuto e, per via della loro posizione irregolare, non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana. La loro esclusione dai diritti di cittadinanza appare come un dramma sociale e un problema giuridico gravissimo.
    • I minori apolidi nati in Italia che hanno vissuto sul territorio e per i quali è impossibile ricostruire lo status civitatis andrebbero indirizzati direttamente ad un percorso di cittadinanza.
    • A questo riguardo il modo più efficace per ridurre l’apolidia e proteggere gli apolidi è prevenire l’insorgere stesso del fenomeno prevedendo strumenti volti a tutelare le persone a rischio di apolidia. Ad esempio, predisponendo l’acquisizione della nazionalità italiana per i bambini nati in Italia che sarebbero altrimenti apolidi, così come già stabilito dalla legge italiana (art. 1(1) l.91/92), in analogia con quanto previsto dalla Convenzione del 1961 sulla Riduzione dell’Apolidia (art. 1(1)(a)), senza introdurre come requisito il riconoscimento formale dell’apolidia dei genitori.